Isola di Sein, oltre la Bretagna

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La baia dell'Isola di Sein ©  Andrea Lessona

La baia dell'Isola di Sein © Andrea Lessona

Un tratteggio tenue, contornato d’onde grosse e nuvole basse: l’isola di Sein mi appare così mentre entro nel suo orizzonte. Dal ponte del traghetto la guardo avvicinarsi: sembra un quadro dipinto a pastello.

Anche quando sono partito da Audierne, il villaggio di 2.327 abitanti nel dipartimento del Finistère, sulla costa della Bretagna, il cielo era piombo e il mare burrasca: infatti il ferry ha impiegato più dell’ora prevista per vincere le correnti che nei secoli hanno provocato naufragi diventati leggendari.

Dall’oblò sotto coperta ho visto appena le scogliere del Cap-Sizun, il Pointe du Raz e il faro della Vieille. Più che altro ne ho intuito il nome sulle labbra dei passeggeri che con me hanno affrontato gli otto chilometri del “raz de sein”: è il passaggio marittimo che divide la penisola bretone da Enez Sun, nome autoctono dell’isola di Sein.

Nonostante il suo fascino solitario, è davvero un lembo di terra gettato nell’Atlantico: quasi due chilometri brulli di lunghezza e un metro e mezzo sopra il livello del mare. Almeno quando il mare è calmo, e non ne sommerge l’estremità nord.

Ed è lì, dopo essere sbarcato sul cemento grinzoso del molo di Paimpolais, che sono diretto. Dal porticciolo dove il faro Men Brial spicca bianco tra le case bluette, gialle e rosa, seguo le indicazioni: e arrivo davanti all’unica chiesa di Sein. La curiosità di vederla si ferma aprendo la porta: si celebra la messa domenicale, e preferisco rimandare la visita a dopo.

Sullo spiazzo antistante, c’è un monumento scrostato: sotto la croce, sulla facciata principale, vedo incisi le date 1930-1945 e una fila di nomi. Sul lato destro la dedica ai ragazzi dell’isola morti per la Francia tra il 1914 -1918.

Esco dal villaggio e cammino lungo l’asfalto srotolato sulla costa: qui neanche i motorini possono circolare. Tutti vanno a piedi, e per spostare le merci usano i carretti. Attraverso l’erba umida e arrivo davanti alla statua dedicata ai Francesi Liberi. Sotto la scultura umana di Kentoc M Mervel, appoggiato alla croce, vedo la scritta in rilievo maiuscolo: “Il soldato che non riconosce la sconfitta ha sempre ragione”.

E’ il memento storico della dedizione alla Patria: la chiamata alle armi del 18 giugno 1940, quando 150 uomini dell’isola si unirono a il Generale Charles De Gaulle. Furono un quarto dei primi volontari. Abituati a lottare contro la furia degli elementi, i Sénans, come vengono chiamati gli abitanti di Sein, non si tirarono indietro.

E ancora oggi i 200 residenti dell’isola sono persone fiere e indipendenti, capaci di sfruttare al meglio anche l’oceano che li circonda: oltre alla pesca, dall’Atlantico prendono l’acqua e, grazie a un sistema di desalinazione, la rendono potabile. Con un gruppo elettrogeno, invece, producono energia per accendere nei giorni bui come questo quella luce che di norma illumina l’isolotto.

Vivono di poco, in situazioni estreme: tanto che Jean-Baptiste Colbert, il famoso economista francese, maestro del mercantilismo, esentò gli isolani dall’imposta fondiaria: avevano già abbastanza problemi a sopravvivere viste le condizioni dell’isola. Ecco perché il luogo è accompagnato dal detto “Chi vede Sein, vede la sua morte” .

Proseguo verso l’estremità nord dove nel grigio dell’orizzonte vedo il Phare de Goulenez. In alta stagione si può visitare, oggi è chiuso. Così raggiungo la vicina cappella St-Corentin. In passato aveva una statua del santo: per guadagnarsi il vento propizio i marinai le voltavano le spalle verso i venti sperati.

Torno al centro del villaggio, supero il cimitero e mi ritrovo sul piazzale della chiesa. Purtroppo, a funzione finita, l’edificio è stato chiuso e il mio desiderio di visitarlo negato. Così riguadagno il molo di Paimpolais e, svoltando dietro il faro Men Brial, scopro l’arco di case pastello che dà sulla baia.

Davanti alle mura che la proteggono, la sabbia è soffice e profonda: qualcuno, usando le mani, l’ha immaginata come una tavolozza per scrivere il suo nome sperando che l’alta marea non lo cancelli.

Passo davanti alla sede, chiusa, della Società di Salvataggio e a quella, chiusa, del Museo della Marina. Continuo verso i pochi bar e i bistrot dove si mangia astice. Dietro, nei vicoli stretti, il vento si insinua sibilando.

Da una viuzza laterale una ragazzina capelli rossi, viso lentiggine, tratti bretoni, esce tirando un carretto carico di legna. Coi suoi occhi mare guarda nei miei e mi dice: “Bonjour Monsieur, bienvenue sur l’île de Sein”.

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