Isola di Ouessant, Bretagna estrema

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Il faro di Creac'h e le rocce dell'Isola di Ouessant © Andrea Lessona

Il faro di Creac'h e le rocce dell'Isola di Ouessant © Andrea Lessona

Sull’isola di Ouessant, anime di rocce estreme vivono di vento e nostalgia Dal piazzale scosceso davanti al faro di Creac’h, le guardo riverberare l’orizzonte frastagliato. Oltre c’è solo l’Atlantico.

L’ho solcato prima a bordo del ferry proveniente dal villaggio di Le Conquet, sulla punta occidentale della Bretagna. Dopo trenta chilometri e un’ora di navigazione, il traghetto mi ha portato qui, su questo lembo di terra che delimita l’entrata della Manica. E la fine della Francia.

Sbarcato sull’isola di Ouessant, nella baia di Stiff, sono stato raccolto insieme agli altri viaggiatori dal pullman di servizio: e ho iniziato a scoprire i primi chilometri di questo atollo di emozioni antiche, e compendio ideale del distretto di Finistère cui appartiene.

Nel vetro salsedine del bus, ho visto sfilare la natura selvaggia del luogo e alcune piccole case tramandate: sono ancora vestite di bianco e verde speranza, e blu e bianco come l’abito della Vergine Maria. Simbolo di una vita difficile di gente fiera e indomita cui solo la preghiera può dare un senso.

Poi il mezzo ha raggiunto Lampoul, l’unico villaggio dell’isola di Oeussant in cui risiedono la maggior parte dei 908 abitanti, e mi ha scaricato davanti alla chiesa. Il suo profilo gotico si allungava sul cimitero a latere.

Lì c’è il memoriale di guerra con i nomi di tutte le navi su cui erano imbarcati gli uomini di qui, tombe di marinai senza identità gettati a riva, e una cappella di croci pröella fatte di cera per i navigatori mai tornati.

Ecco perché questa terra selvaggia e impervia è definita l’isola del terrore. Un vecchio detto bretone la caratterizza con poche parole: “Qui voit Ouessant voit son sang”, “chi vede l’isola di Ouessant vede il suo sangue”.

Solo il tempo di camminare tra le navate di Saint-Pol, ascoltare la melodia suonata da un pifferaio, accendere una candela, e sono uscito sulla piazza principale circondata da qualche negozio e una libreria-edicola.

Poco più in là un nuovo pulmino mi ha preso a bordo per scoprire i segreti dell’isola di Ouessant nascosti lungo i suoi otto chilometri di lunghezza e quattro di larghezza. Appena lasciato il paese, l’asfalto è divenuto sterrato e il vento ha iniziato a sibilare il suo canto nostalgico.

L’ho sentito attraversare le pale dell’ultimo mulino dell’atollo. Un secolo fa erano oltre un centinaio e servivano a macinare l’orzo coltivato, uno dei pochi sostentamenti per chi, come gli isolani, viveva di agricoltura. Oggi il turismo integra le entrate della coltivazione.

Poi sono arrivato qui dove mi trovo ora, davanti a Creac’h uno dei fari più potenti d’Europa. Il suo occhio vede sino a 53 chilometri dalla riva e illumina la via dei marinai dal 1862 quando fu costruito.

Nel 1888 venne dotato di energia elettrica e nel 1971 di una lampada allo Xenon. Sedici anni dopo è stato introdotto un sistema di illuminazione per preservare il volo degli uccelli migratori.

L’isola di Ouessant, infatti, è un paradiso per i volatili, ultimo rifugio in terra europea durante la migrazione. Ecco perché è sempre più visitata dagli appassionati di bird-watching.

Armati di binocoli e teleobiettivi cercano il volo dei gracchi corallini, una specie a rischio di piccolo corvo con zampe e becco rosso, cormorani e pulcinella di mare. I turisti percorrono i sentieri a piedi o in bicicletta perché ai non residenti è vietato guidare auto.

A fianco di Creac’h, dove una volta c’era la sua vecchia centrale elettrica, è stato allestito il museo dei fari e delle mede. Dentro l’edificio viene raccontata la storia del traffico delle coste, rifugio per gli uomini sin dal 1500 a.C.

Sull’isola di Ouessant sono stati trovati i resti di un villaggio pre-cristiano. Ma anche i cartaginesi, così come i greci e romani, ne fecero un approdo durante i loro commerci di stagno con le popolazioni britanniche.

Il pulmino riprende la marcia e si ferma alla punta di Pern, vicino al vecchio forte di Loqueltas. Costruito nel 1861 sotto Napoleone III, doveva proteggere l’atollo da minacce esterne.

All’orizzonte dell’isola di Ouessant intuisco il profilo sfocato del faro di Nividic e i suoi due piloni usati per il trasporto di cavi aerei e come teleferica. Fu edificato sullo scoglio Leurvoz An Ividig in 24 anni. Entrò in funzione nel 1936.

Il piccolo bus riparte, e ripassando da Lampaul, arriva a Porz Goret. La baia è tranquilla, riparo sereno degli uccelli che con pochi colpi d’ala possono raggiungere ciò che i miei occhi faticano a focalizzare: il faro della Giumenta.

Realizzato al largo dell’isola di Ouessant nel 1911 è ancora oggi un posto pericoloso: tanto che durante le tempeste il suo fusto vibra schiaffeggiato dalle onde. Costeggiando il lato destro dell’isola e proseguendo verso settentrione, il pulmino mi porta alla baia di Arlan.

Le sue spiagge sono granelli di oro fine, e dalla costa ondeggiante si vedono gli altri due fari di questa terra: Men Korn a nord e phare de Kéréon a est. Non lontano da dove mi trovo ora, c’è la piccola pista di atterraggio per i voli provenienti da Brest. L’altro modo di raggiungere l’atollo.

Risalendo il promontorio, il bus arriva sulla cima nord-ovest dell’isola di Ouessant. Qui, nello spazio di pochi metri, la torre radar e lo Stiff, l’ultimo dei cinque fari, presidiano la costa e si dividono uno specchio di cielo.

La prima è stata costruita nel 1978, e serve a sorvegliare il traffico marino. Il secondo, invece, data il 1696 e nonostante sia uno dei più antichi fari di Francia è ancora in servizio. Per soli due euro si può salire sulle sue scale a chiocciola e guardare dall’alto la baia di Stiff e l’imbarcadero dove ho attraccato stamane.

Il tour è finito e il pulmino mi riporta a Lampoul passando davanti alla farmacia e al minimarket. Proprio all’angolo una croce enorme con Gesù Cristo delimita l’incrocio stretto. Dalla piazza del villaggio prendo la stradina che porta verso la baia dove sono attraccate piccole barche.

Il tramonto scende sull’isola di Ouessant: colora l’anima delle sue rocce estreme e l’Atlantico di porpora.

Per approfondire:
Wikipedia

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